
Torino, 28 agosto 2026,
L’USGS ha accertato che il segnale sismico di magnitudo 5,2 registrato il 26 agosto sull’Himalaya al confine fra Nepal e Tibet proveniva dal collasso di un versante coperto da un ghiacciaio sul massiccio del Langtang Lirung. Al collasso è seguita una disastrosa piena che ha percorso i primi 22 km a una velocità media di 193 km/h, lasciando un bilancio provvisorio di oltre 550 vittime e circa 2.000 dispersi.
La Fondazione Glaciologica Italiana esprime cordoglio per le vittime e presenta alcune interpretazioni scientifiche sulla dinamica dell’evento.
Il collasso di un versante coperto da un ghiacciaio avvenuto la mattina del 26 agosto 2026 sul massiccio del Langtang Lirung (Himalaya), al confine fra Nepal e Tibet, ha innescato una piena catastrofica lungo le valli del Bhote Koshi e del Trishuli, travolgendo villaggi, infrastrutture e vie di comunicazione su entrambi i versanti del confine. Il bilancio, ancora provvisorio, supera le 550 vittime accertate, con circa 2.000 persone disperse, fra le quali numerosi cittadini stranieri.
La Fondazione Glaciologica Italiana ETS esprime profondo cordoglio per le vittime e vicinanza alle popolazioni colpite, dalla comunità di Rasuwa e alle valli investite dalla piena, e a quanti sono impegnati nei soccorsi e nelle prime valutazioni tecniche sul terreno. Di fronte a un evento che ha riacceso l’attenzione internazionale sui rischi glaciali d’alta quota, la Fondazione ritiene utile offrire una lettura critica di quanto accaduto, al fine di facilitare la comprensione della dinamica del collasso sulla base delle analisi satellitari e delle prime valutazioni della comunità scientifica internazionale.
Che cosa è successo
Alle 8.37 del mattino, ora del Nepal, le stazioni sismiche di mezzo mondo hanno registrato un segnale che i primi bollettini avevano classificato come un terremoto di magnitudo 4,4 lungo il confine fra il Paese himalayano e la Regione Autonoma del Tibet. La revisione dell’United States Geological Survey ha ribaltato la lettura nel giro di poche ore: non si è trattato di un terremoto di origine tettonica, ma di un evento franoso di magnitudo 5,2 generato dal collasso di un settore montuoso coperto da un ghiacciaio e dalla valanga di roccia, ghiaccio e detriti che ne è seguita. Il settore franato comprende la fronte di un ghiacciaio privo di denominazione ufficiale, originariamente posizionata a circa 5.200 metri di quota sul versante settentrionale del massiccio del Langtang Lirung, poi precipitata per 1.500 metri fino al fondovalle, inglobando roccia e sedimenti lungo la discesa.
La valanga di roccia, ghiaccio e detrito ha investito il vallone percorso dal torrente Lhende Khola una ventina di chilometri a nord-est del valico di Rasuwagadhi, ostruendone temporaneamente l’alveo; il cedimento dello sbarramento ha poi liberato un’ondata incanalatasi nel sistema Bhote Koshi-Trishuli. Secondo le stime di Jeffrey Kargel (Planetary Science Institute), l’ondata ha percorso i primi 22 chilometri a una velocità media di 193 km/h; alla stazione di Galchhi, decine di chilometri più a valle, il livello del Trishuli è salito di nove metri in trenta minuti, con cielo sereno e un preavviso minimo o nullo per le comunità rivierasche. La piena ha distrutto almeno 19 ponti e circa 40 km di strade e ha fermato oltre dieci impianti idroelettrici, fra cui la centrale di Rasuwagadhi da 111 MW. Sul versante tibetano la colata ha investito il valico commerciale di Gyirong; in Nepal i danni più gravi riguardano il distretto di Rasuwa (Timure e Syapru Besi) e il corridoio del Trishuli nei distretti di Nuwakot e Dhading.
Un fenomeno complesso, una catena di eventi
Le analisi satellitari e glaciologiche oggi disponibili non mostrano, nel caso del Langtang, evidenze dello svuotamento di un lago glaciale (GLOF, Glacial Lake Outburst Flood). La ricostruzione più coerente descrive una valanga di roccia e ghiaccio che ha inglobato acqua e sedimenti; resta aperta l’origine esatta del volume d’acqua coinvolto, fra fusione del ghiaccio in caduta e sedimenti saturi incorporati lungo il percorso. La valle del Lhende era già un settore riconosciuto come esposto: il disastro del luglio 2025, che aveva colpito la stessa valle con una piena da lago sopraglaciale, ne aveva dimostrato la vulnerabilità appena quattordici mesi prima.
Il contesto climatico
Nel bacino del Langtang, lo studio di Silwal e colleghi (2026) misura una perdita di circa il 41,5% della superficie glaciale dalla Piccola Età Glaciale al 2023, con riscaldamento più marcato oltre i 4.000 metri di quota. Per le piene da laghi sbarrati da morene, l’inventario di Zhang e colleghi (2025) censisce 609 eventi fra il 1900 e il 2020, con un aumento della frequenza media annua da 5,2 nel decennio 1981-1990 a 15,2 nel 2011-2020. Il riscaldamento delle quote elevate e la degradazione del permafrost modificano la stabilità degli apparati glaciali e dei versanti (sia in roccia che detrito), accrescendo in contesti determinati la predisposizione ai collassi; per l’evento del 26 agosto restano da ricostruire nel dettaglio il peso delle condizioni del permafrost, la geometria del versante e la meteorologia delle settimane precedenti.«Un collasso localizzato di roccia e ghiaccio può evolvere rapidamente nei fenomeni denominati rock-ice avalanche, colate detritiche e ondate di piena, con effetti molto lontani dalla zona di origine. Non è realistico controllare ogni versante dell’Himalaya, così come negli altri distretti glaciali del nostro pianeta: gli studi vanno concentrati sui settori già riconosciuti come potenzialmente instabili e sulle valli esposte» dichiara Valter Maggi, presidente della Fondazione Glaciologica Italiana ETS e professore dell’Università di Milano Bicocca. I precedenti più vicini sulle AlpiAnche le Alpi conoscono processi di instabilità a spese di versanti glacializzati, pur con scale ed esiti diversi: il 30 agosto 1965 il crollo della fronte del ghiacciaio dell’Allalin seppellì il cantiere della diga di Mattmark, nel Vallese, con 88 vittime; il 3 luglio 2022 il distacco di un settore sommitale del ghiacciaio della Marmolada causò undici vittime; il 23 agosto 2017 a ciel sereno dal Pizzo Cengalo (Svizzera Italiana) si staccò una valanga di roccia che impattò su masse di ghiaccio trasformandosi in una colata detritica che percorse la valle sottostante provocando 8 vittime e l’alluvionamento dell’abitato di Bondo; il 28 maggio 2025 al crollo roccioso del Kleine Nesthorn (Vallese) seguì il collasso del ghiacciaio del Birch che seppellì l’abitato di Blatten, dove l’evacuazione preventiva aveva messo in salvo quasi tutta la popolazione. Sul versante alpino italiano, il ghiacciaio pensile di Planpincieux, sulle Grandes Jorasses (Monte Bianco, Courmayeur), mostra dal 2019 come la sorveglianza continua di un settore selezionato permetta chiusure ed evacuazioni preventive senza vittime: un modello di monitoraggio che la Fondazione promuove e sostiene anche sulle Alpi italiane.
Nota: i dati numerici riportati corrispondono ai bilanci ufficiali disponibili nel pomeriggio del 28 agosto 2026 e sono soggetti ad aggiornamento.
Fondazione Glaciologica Italiana ETS
La Fondazione (ex Comitato Glaciologico Italiano nato nel 1895) promuove la ricerca e il monitoraggio dei ghiacciai e della criosfera e ne divulga le conoscenze, con particolare attenzione ai rischi dell’alta montagna.









